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C’è una storia che racconto spesso ai miei corsi di scrittura.
Lo faccio per capire meglio che tipo di studenti ho di fronte.
Chiedo: se venite a sapere che un meteorite distruggerà la terra entro un mese, e non rimarrà nessuna forma
di vita, continuereste a scrivere il racconto, il romanzo, o soltanto il diario personale a cui state lavorando?
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Molti rispondono di sì, e non sanno che stanno dicendo una cosa non vera.
Non lo fanno in cattiva fede, credono davvero che continuerebbero a scrivere.
In realtà questa domanda serve a introdurre il principio basilare di qualsiasi scrittura:
si scrive per gli altri, mai solo per se stessi. E soprattutto, si scrive per essere letti. Ora voi direte: e quelli che tengono un diario che non danno da leggere a nessuno? Quelli non scrivono solo per loro stessi? Ma la risposta anche questa volta è spiazzante: non lo distruggono perché in fondo al loro cuore sperano comunque di farlo leggere a qualcuno un giorno, un eletto, l’unico magari degno, ma quel qualcuno potrebbe un giorno condividere con loro il piacere della scrittura.
La scrittura è una forma di comunicazione, non è una forma di solitudine: si scrive per raccontare qualcosa a qualcuno. Lo si fa all’inizio pensando che quel qualcuno sarà un amico, il fidanzato o la fidanzata. Poi, man mano che si prende coraggio, quel qualcuno smette di avere un volto, e diventa una moltitudine indistinta. A quel punto si capisce che si sta diventando scrittori veramente.
Si scrive per gli altri dunque. Ed è questa la molla che spinge a farlo. Cominciare da questo punto è fondamentale, perché, scrivere per gli altri vuol dire innanzi tutto farsi capire, e farsi delle domande: sulle storie che si vogliono raccontare, sul come raccontarle, e soprattutto sul perché farlo.
Spesso scrivere è un modo per riflettere sulla propria vi-ta, o anche un modo per rendere più sopportabile il dolore. Altre volte è proprio
il gusto, il piacere di raccontare qualcosa. Raccontare qualcosa di tuo. Questo secondo aspetto è quello che porta più lontano, perché è un salto di qualità. Scrivere soltanto per rielaborare gli eventi che si sono vissuti è rischioso, porta inevitabilmente a un autobiografismo che spesso non serve a nessuno, né a chi scrive e tantomeno a chi legge. Ma trasformare le storie personali in qualcosa di uni-versale, rielaborandole, è certamente la soluzione più giusta.