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Quel sabato d'aprile

Non mi era mai capitato di baciare uno sconosciuto.
La poca esperienza che avevo in materia amorosa mi era stata d'aiuto, nel corso degli anni, a stare alla larga dalle avventure che rischiavano di mettere a dura prova il mio equilibrio precario.
Inoltre, cominciando, per così dire "al contrario" - ho sempre pensato - si sfidava il naturale corso delle storie d'amore, quelle ordinarie: i due si incrociano, si notano, si avvicinano, si danno un appuntamento, escono un paio di volte, forse anche di più, e poi il travolgente desiderio li sospinge verso l'intimità nelle sue diverse forme.

Io, in trent'anni di vita, avevo ignorato e negato lo straordinario: che potesse succedere proprio a me, insomma.

Ma quel sabato d'aprile, con quell'aria così frizzante, la logica comune aveva avuto la peggio e mi ero ritrovata, non so nemmeno io come, tra le braccia di quell'uomo venuto da chissà dove, un uomo che sapeva di fuoco, di sabbia e di vento. Un uomo senza maschere, senza costumi. Di una bellezza candida e sfacciata insieme.

Correvo insieme a Paco, il mio Labrador di 8 mesi e dopo nemmeno dieci minuti avevo la lingua più a terra di lui, quindi mi rassegnai all'evidenza che la mia condizione fisica, dopo un fermo di un anno, non fosse più la stessa. Il medico comunque mi aveva rassicurato, dicendo che ciò che davvero contava era stare a contatto con la natura. Mi sedetti dunque sulla riva del mare, lasciandomi generosamente lambire da quelle onde che mi porsero un bastone di un legno liscio, gentilmente levigato da chissà quanto tempo. Parve un pretesto per distrarmi. Lo raccolsi e lo lanciai per aria, gridando al mio cucciolo di prenderlo al volo. Era senz'altro più in forma di me.

Dopo il salto acrobatico a cui pensavo di avere assistito in piena solitudine, quasi sussultai udendo un applauso alle mie spalle che rivelò la presenza di uno spettatore di passaggio. Teneva sotto braccio un libro, quasi un tomo, date le dimensioni ragguardevoli.
Un libro di medicina?
Un antico codice?
Mi chiesi se il libro fosse di sua proprietà o preso in prestito presso una biblioteca. Nel secondo caso quell'uomo era un grande incosciente, pensai. Come poteva applaudire con così tanta naturalezza ed entusiasmo senza farlo cadere? Lo sconosciuto portava i capelli lunghi, come la criniera di un leone, sciolti e mossi dalla brezza marina. Guardava il mio cane con sincera ammirazione, con lo sguardo pulito di chi è ancora in grado di stupirsi per le piccole cose.
Mi si avvicinò e, porgendomi la mano, sempre con il voluminoso tomo sotto l'ascella nuda, mi disse:

"Sembra quasi un quadro tutto questo: c'è lei amabilmente accoccolata sulla sabbia, il suo cane scodinzola con un bastone in bocca e il cielo sembra fondersi con il mare. Questi tre elementi farebbero entusiasmare il più grande dei pittori".

Mossi a fatica le mie gambe anchilosate dalla posizione in cui ero da parecchi minuti e mi alzai, ricambiando quella stretta di mano in modo molto naturale. Dopodiché, a gran voce e con una sicurezza disarmante, l'uomo annunciò: "Ho stretto la mano alla bellissima modella di monsieur Monet, chi non ne sarebbe onorato?".
Entrambi poi scoppiammo a ridere, io visibilmente imbarazzata, lui conscio dell'effetto che aveva provocato. Ero arrossita, senza ritegno.
Mi prese per mano e mi condusse a sedere sull'unico scoglio che si ergeva solitario in quella baia ancora priva di artifizi. Mi raccontò di viaggi, di colori e profumi. La mia mente era inebriata da tutte quelle immagini. Solo leggendo mi era capitato di sentirmi così coinvolta. Era triste ammettere che, generalmente, gli uomini che frequentavo appartenevano alla categoria dei "razionali" e le mie difese stentavano a cadere. Per forza, come si fa ad emozionarsi parlando di titoli azionari o di appalti provinciali?
E così ci ritrovammo davanti a quel tramonto che così rapidamente aveva invaso l'orizzonte e che era testimone di tutta quell'emozione.

E dello straordinario.

Serena Triacca

 
 
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