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Poche azioni, qualche parola…nel racconto di una vita
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Stava per giungere la fine, annunciata da una malattia che lo rodeva dall’interno, che lo faceva venire meno giorno dopo giorno.
Accadeva a lui, placido colono da sempre immerso nella calda e selvaggia Africa. Giaceva inerte, ormai da ore,
di fronte al fuoco che minacciava di spegnersi e comprese quanto la sua vita fosse stata comune. Osservò le sue mani
consumate e indurite, toccò il suo viso bruciato dal sole, i capelli sempre più radi; nessuno lo avrebbe pianto,
nessuno avrebbe deposto sulla sua tomba una bionda spiga di grano. Era dunque il patetico quadro di una esistenza
mediocre; lui che aveva sognato per sé una vita di avventure, di forti passioni come quella di Quotermann,
Livingstone, Magellano, gli eroi dei suoi libri ormai ingialliti, e come questi, anche i suoi desideri andarono
sbiadendosi e con loro, quegli occhi che un tempo erano stati dello stesso colore dell’amore, dell’allegria, del cielo,
della natura in agosto, della sabbia del deserto, dei ghiacci dell’Atlante, della profondità degli immensi oceani;
erano dello stesso colore che tutti i fanciulli hanno in comune, il colore della speranza. Lui non avrebbe corso al fianco di
un leone nella gialla savana provando l’ebbrezza della libertà, non avrebbe sentito il vento tra i capelli sfidando
le aquile nell’arte del volo, non baciato amanti francesi spezzando il loro fragile cuore per tornare al suo essere
ramingo pellegrino, non ballato in costume in fulgide feste danzanti. Ma ormai la mosca cedeva alla zanzara,
bisognava coricarsi per dormire una lunga notte. Si appoggiò al suo vecchio bastone, una lacrima scendeva lungo la guancia
segnata dal tempo.
Giulio Eboli
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